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Le problematiche emerse - Esposizione
ai rischi di contagio
Oltre alle gravi questioni dell'immigrazione e tratta, questo scenario
assume problematiche di notevole rilievo anche nell’esposizione
al rischio di contagio di malattie sessualmente trasmissibili delle
prostitute e dei consumatori del sesso di strada, abituali od occasionali.
Partiamo dalla considerazione che, a livello mondiale, l’80% delle
infezioni da virus dell’immunodeficienza acquisita (HIV) sono trasmesse
per via sessuale. In diverse aree dei mondo (Africa subsahariana,
sud-est asiatico) la prostituzione ha contribuito, specialmente
nella prima fase dell’epidemia, alla rapida diffusione dell’infezione
da HIV nella popolazione sessualmente attiva. In aggiunta, la ricerca
scientifica ha anche permesso di definire sia l’esatta importanza
di altre malattie sessualmente trasmesse (MST) come fattori facilitanti
la trasmissione dell’HIV, sia il significativo aumento epidemiologico
di queste patologie tra la popolazione generale. Inoltre, le malattie
a trasmissione sessuale sono di per sé causa di elevata morbilità,
soprattutto nel sesso femminile in età riproduttiva, determinando
complicazioni e sequele severe (malattia infiammatoria pelvica,
gravidanza ectopica, sterilità, carcinoma della cervice uterina.
ecc.).
Un fattore che può facilitare comportamenti più rischiosi, è il grado di istruzione dei soggetti coinvolti nella prostituzione. Per definire il grado di scolarizzazione delle persone immigrate che si prostituiscono sono stati usati indicatori indiretti, già impiegati in altre ricerche analoghe, basati sui numero di anni di frequenza in rapporto al sistema scolastico italiano. La componente maggioritaria sembra essere quella che ha frequentato la scuola sino all’ottavo anno, corrispondente al conseguimento del nostro titolo di terza media. Sebbene siano presenti anche persone che hanno studiato sino al tredicesimo anno, corrispondente al nostro diploma di scuola media superiore, si rileva sempre più la presenza di chi non ha mai frequentato alcuna scuola, offrendo con ciò una indiretta conferma della tendenziale prevalenza, quanto alla provenienza, dei siti rurali piuttosto che di quelli urbani.
In relazione ai principali gruppi nazionali, si riscontra una significativa presenza di popolazioni non scolarizzate tra le ragazze nigeriane arrivate negli ultimi anni dalle aree agricolo-rurali del sud e del nord-est della Nigeria, in età compresa tra i 15 ed i 20 anni, tra le albanesi provenienti dai villaggi e paesi dell’entroterra, appartenenti alle ultime ondate migratorie, e tra le peruviane, in modo particolare le ultime arrivate.
Gli epidemiologici che studiano l’infezione da HIV ed MST hanno osservato che, così come esiste una disparità tra i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo per quanto concerne la possibilità di diagnosi e di accesso a terapie antiretrovirali per l’HIV, ugualmente all’interno di uno stesso paese gli individui colpiti si concentrano in alcuni strati della popolazione. Alla base di questo squilibrio nell’incidenza della malattia esistono fattori culturali e sociali evidenti: i gruppi più colpiti dai virus sono quelli i cui diritti umani, anche in senso generale e aspecifico, sono meno o per nulla tutelati. Caratteristica di questi gruppi è spesso quella di essere emarginati o discriminati, prima ancora dell’inizio dell’epidemia: quanti subiscono forme di emarginazione (per sesso, etnia, condizioni economiche o per convinzioni culturali, religiose e politiche) hanno scarso accesso ai servizi sociosanitari e risultano più esposti a diverse forme di sfruttamento, fra cui quello sessuale. Inoltre, nel caso in cui i membri di questi gruppi venissero infettati, non possono beneficiare del supporto sociale e delle cure di cui avrebbero bisogno: così, in un circolo vizioso a spirale, l’emarginazione espone ancor più alcuni individui al rischio e, di conseguenza. aumenta la vulnerabilità di tutta la popolazione. Si vengono così a creare bacini ad alto rischio, incrementando la possibilità di estendere il contagio anche in altre aree sociali: in molti casi, il picco di epidemia da HIV tende a spostarsi, all’interno di una comunità o nazione, verso gruppi diversi da quelli in cui il virus ha fatto inizialmente la sua comparsa.
Anche I’UNAIDS (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per la lotta aIl’AIDS) ha riconosciuto l’importanza dei fattori socioeconomici nel rischio di contagio, tanto da includere nelle sue strategie di prevenzione globale alcune politiche per i diritti umani.
Sulla base di tutte queste considerazioni si può dedurre che gli immigrati, soprattutto se senza un permesso di soggiorno ed in particolare se dediti alla prostituzione, dovrebbero essere destinatari di azioni educative, preventive e curative specifiche per quanto concerne l’HIV e le altre MST, in ragione della loro particolare vulnerabilità conseguente all’emarginazione sociale e culturale. Gli immigrati irregolari devono affrontare enormi difficoltà nell’accedere alle informazioni preventive che potrebbero migliorare la loro qualità di vita ed evitare, come nel caso dell’infezione da HIV, un danno quasi irreversibile. L’accesso di queste persone ai servizi di cura e screening se precluso, o reso particolarmente complesso, ha la conseguenza di favorire l’insorgenza di condizioni morbose che potrebbero essere più facilmente prevenute.
Le politiche positive e le azioni di prevenzione sanitaria attiva dovrebbero infatti costituire la base di partenza per l’attivazione di interventi sociali più articolati, tesi a promuovere percorsi di autonomia personale e di integrazione sociale, in un’ottica di tutela dei diritti umani fondamentali degli individui, maschi o femmine, che si prostituiscono.
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